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 Le recensioni di Bruno Elpis  Le recensioni di Bruno Elpis Le recensioni di Bruno Elpis


 

The green mile  

 

 

 

 

 

 

"Il miglio verde" di Stephen King

 

 

 

 

 Inauguro oggi un esperimento: il commento-acronimo.

Ogni paragrafo inizia con le lettere, in sequenza, del titolo del romanzo commentato.

 

Il “mago del brivido”, Stephen King, ci fa riflettere sulla pena di morte.

Lo fa in un’opera concepita pensando a un precedente letterario (“Dickens aveva pubblicato molti dei suoi romanzi a puntate, o su inserti di    riviste o indipendentemente sotto forma di dispense”) e accogliendo un suggerimento (“Un esperimento del genere potrebbe essere un’    avventura interessante per uno scrittore come Stephen King”): le puntate pubblicate sono state poi raccolte nel tomo “Il miglio verde”.

 

Miglio verde è “l’ampio corridoio che percorreva al centro tutto il blocco E”; “era rivestito di linoleum del colore della buccia di un vecchio lime     appassito, perciò quello che nelle altre carceri veniva chiamato ‘l’ultimo miglio’, a Cold Mountain si chiamava il miglio verde

Il malinconico narratore è Paul Edgecombe (“Sono il soprintendente del blocco E, cioè il capo degli agenti di custodia”), “vecchia cariatide”    ormai ospite in una clinica per anziani, dove verga le sue memorie: “La casa di riposo … si chiama Georgia Pines. E’ a una sessantina di miglia    da Atlanta e … duecento anni luce dalla vita come la vive la maggior parte delle persone”; le gesta dei suoi ex collaboratori animano la    memoria: “… c’erano quattro o cinque guardie in servizio per ogni turno, ma molti di loro erano stagionali. Dean Stanton, Harry Terwilliger e    Brutus Howell (i ragazzi lo chiamavano Brutal…)” e Percy Wetmore, il cattivo, con “la luce di crudele divertimento che gli brillava negli occhi.

Gli avvenimenti risalgono al 1932, quando il penitenziario di stato si trovava ancora a Cold Mountain. E là c’era naturalmente la sedia elettrica.

La chiamavano "Old Sparky, come dire la Scintillante, o Big Juicy, la Scaricona”; naturalmente – pur in modo scherzosamente macabro - stiamo    parlando di lei: la sedia elettrica.

I detenuti nel braccio della morte, dei quali vengono celebrati gli atti sino all’esecuzione, sono un capo indiano, lo pseudo-francese Delacroix    con il suo topolino ammaestrato (il signor Jingles), l’enorme nero John Coffey, che sembra avere poteri di guaritore ma è accusato di un    orrendo duplice omicidio, e William Wharton (“gli piaceva credersi Billy The Kid”; era “un animale astuto e crudele …” e minacciava: “Prima    che me ne vada farò della vostra vita un inferno”)

Orrore: lo ritroviamo non soltanto nei delitti ‘da pena di morte’ e nella cronaca delle esecuzioni capitali (“… ho dovuto ricorrere alla manovella.    Credo sia perché ero arrivato all’esecuzione di Delacroix e qualcosa dentro di me si rifiutava di riviverla”), ma anche  nella descrizione delle    malattie che affliggono prima Paul (“… l’inguine, dove la sensazione era che qualcuno mi avesse prima squarciato, poi riempito di tizzoni    ardenti e infine ricucito con ago e filo”) e poi la moglie del capo di Paul (che ha un tumore al cervello).

 

Voce sorda e quegli occhi strani, quegli occhi che in superficie grondavano lacrime sofferenti, ma che dietro erano distanti e misteriosamente    sereni: possibile che John Coffey si sia macchiato di un reato tanto abietto?

E allora, se John era innocente, “stavamo per giustiziarlo per il crimine commesso da un altro”?

Re della tensione, si riconferma Stephen King.

Dimostra di saper coniugare brividi ed emozioni.

E obbliga il lettore a riflettere: “Old Sparky mi appare un tale ordigno di perversità … una così micidiale invenzione della follia. Fragili come    vetro soffiato, siamo noi, anche nelle migliori condizioni. Ammazzarci l’un l’altro con il gas e l’elettricità e a sangue freddo? Che follia. Che    orrore.”

 

Se lo dice lui, che ne è sovrano e mago!

 

                                                                            … Bruno Elpis

 

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