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La strada per Los Angeles di John Fante

 

La strada per Los Angeles 

La strada per Los Angeles” di John Fante è il secondo episodio della saga di Arturo Bandini in una romanzata evoluzione anagrafica che vede il mitico personaggio poco più che bambino (“Aspetta primavera, Bandini”), quindi giovane (“Chiedi alla polvere”), infine adulto (“Sogni di Bunker Hill”).

 

La seconda tappa della tetralogia, dedicata al diciottenne orfano di Svevo (“Arturo Bandini, il figlio di un umile falegname”: ma era carpentiere nel prequel!), descrive la nascita del desiderio ipertrofico di diventare uno scrittore famoso, in una parodia che esaspera le manie di protagonismo di un personaggio tanto esagerato quanto amabile.

Arturo vive con la madre e la sorella e sbarca il lunario grazie agli aiuti economici dello zio, che finalmente gli trova un’occupazione presso il conservificio (“Ora eravamo nella stanza in cui si etichettavano le scatole”) tanto graveolente di pesce (“C’erano tonni… Alcuni di loro erano ancora vivi…”) quanto multietnico per forza lavoro (“C’era in essi quella malinconica rassegnazione tipica della maggior parte di quei peones”). L’impatto con il luogo e con l’ambiente è duro, ma Arturo lo affronta mantenendosi sopra le righe (“E tu allora, che cosa farai, Arturo?.. Dieci casse… bene. Io ne trasporterò dodici”), rispetto ai colleghi che giudica dall’alto di un presunto intellettualismo che lo rende più ridicolo che sfrontato (“La catasta di casse crollò come una torre”).

 

 

John Fante 

Impegnato in attività autoerotiche stimolate da illustrazioni patinate (“Il giorno dopo aver distrutto le mie donne mi pentii di averle distrutte”), in dissidio permanente con la sorella bigotta che il ragazzo – nei panni di scalcinato anticristo - provoca con affermazioni sacrileghe, impegnato in battaglie vane (“Il declino della Civiltà delle Formiche. Leggevo, dunque, e uccidevo formiche”) e cinicamente deliranti (“Fui costretto a spezzargli le zampe”: povero grillo!), completamento assorbito dall’immaginazione (dall’introduzione di Emanuele Trevi: “Arturo stabilisce una relazione univoca - ai limiti del delirio paranoico - con quanto lo circonda… usando il mondo come fosse una fantasmagoria partorita dalla propria mente e dai propri desideri vitali”), l’antieroe per eccellenza si affaccia alle soglie della vita rincorrendo sia le donne (“L’avrei guidata verso lo scaffale dei libri, là dove le mie opere stavano in bella vista tra poche altre indispensabili, tipo la bibbia e il dizionario, e avrei tirato fuori… l’opera per la quale mi era stato conferito il premio Nobel”) sia i propri sogni di grandezza in un solipsismo che suscita tenerezza e risate amare.

 

Lo stile irriverente e sardonico di John Fante (“Le labbra gli si arricciarono come la coda di un topo”) precorre tempi e mode, destinato com’è a riscuotere un successo soltanto postumo, che avrà riscontro nello stuolo sterminato degli odierni aspiranti scrittori: adepti, emuli e ammiratori di Arturo, sognatori in proprio…

                                                                                                                             

                                                                                                                                                                             … Bruno Elpis

 

 

 

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